KATHY REICHS

MORTE DI LUNEDÌ

(Monday Mourning, 2004)

 

Ringraziamenti

 

Ringrazio Darden Hood, direttore presso Beta Analytic Inc., per la consulenza sulla datazione al carbonio 14. Ringrazio anche W. Alan Gorman e James K.W. Lee della facoltà di scienze geologiche presso la Queens University di Kingston, in Ontario, e Brian Beard della facoltà di geologia della University of Wisconsin, per aver diviso con me le loro conoscenze sulla geologia della roccia madre e sull'analisi dell'isotopo dello stronzio.

Michael Finnegan della facoltà di antropologia della Kansas State University, mi ha fornito la sua consulenza riguardo l'esame delle ossa antiche con i raggi ultravioletti. Robert B.J. Dorion del Laboratoire de Sciences Judiciaires et de Médecine Légale ha contribuito con le sue conoscenze in materia di ricerche sulla proprietà a Montréal. Il sergente Pierre Marineau, Special Constable della Securité Publique, mi ha guidato in una visita del palazzo di giustizia di Montréal. Claude Pothel del Laboratoire de Sciences Judiciaires et de Médecine Légale, ha risposto alle mie domande in tema di patologia medica e autopsie. Michael Abel mi ha illuminato riguardo le tradizioni del mondo ebraico. Jim Junot ha verificato con puntualità infiniti particolari.

Paul Reichs mi ha offerto la sua consulenza riguardo i titoli e le qualifiche professionali degli esperti chiamati a testimoniare in tribunale. Come sempre lo ringrazio infinitamente per i suoi preziosi commenti sul manoscritto.

Ringrazio la mia amica Michelle Phillips per avermi autorizzato a citare il testo di Monday, Monday.

Sono molto riconoscente a James Woodward, rettore della University of North Carolina di Charlotte per il suo costante sostegno. Merci ad André Lauzon, Chef de service, e a tutti i colleghi del Laboratoire de Sciences Judiciaires et de Médecine Légale.

Ringrazio infine la mia editor, Susanne Kirk, e la mia agente, Jennifer Walsh, per il grande sostegno, per la pazienza e per la comprensione.

 

Per Deborah Miner

La mia soreüina.

La mia Harry.

 

Grazie per esserci sempre.

 

Oh Monday mornin' you gave me no warnin' of what was to be...

John Phillips, The Mamas and the Papas

 

1

 

Monday, Monday,

Can't trust that day...

Mentre in testa mi risuonavano le note della canzone dei The Mamas and the Papas, nell'angusto seminterrato in cui mi trovavo risuonarono i colpi di una pistola.

Un istante dopo alzai lo sguardo e vidi una massa informe di ossa, viscere e muscoli spiaccicata alla base di una parete a meno di un metro da me.

Per un attimo il corpo massacrato sembrò rimanere incollato al muro, poi lentamente scivolò a terra, lasciandosi dietro una scia di sangue e di peli.

Sentii qualche goccia calda colarmi sulla guancia, e subito la asciugai con la mano coperta da un guanto di gomma.

Senza alzarmi da terra, mi voltai.

«Assez!» Basta!

Il tenente Luc Claudel aggrottò la fronte e si abbassò, senza rinfoderare la sua 9mm.

«Topi. I figli del diavolo.» Il francese di Claudel era stretto e nasale, come volevano le sue origini benestanti.

«Non poteva tirargli una pietra?» ribattei stizzita.

«Quel bastardo era grande abbastanza per tirarcela addosso lui.»

Le ore di lavoro accovacciata a terra ed esposta al freddo e all'umidità di un lunedì di dicembre a Montréal iniziavano a farsi sentire. Quando mi alzai, le ginocchia non mancarono di protestare.

«Dov'è finito Charbonneau?» domandai, mentre cercavo di sgranchirmi le gambe.

«Sta interrogando il proprietario. E c'è da augurargli buona fortuna, visto che il tizio non dev'essere più intelligente di un pisello nella minestra.»

«È stato il proprietario a trovarlo?» domandai, indicando il pavimento alle mie spalle.

«Non. Le plombier.»

«E che cosa ci faceva l'idraulico nel seminterrato?»

«Quel genio mentre lavorava ha trovato una botola e ha pensato di scendere a farsi un giretto sottoterra per prendere confidenza con le fognature.»

Ripensando alla mia discesa lungo la ripidissima e traballante scaletta, mi chiesi per quale motivo un idraulico avrebbe deciso di correre un tale rischio.

«Le ossa erano in superficie?»

«Dice che ha inciampato su qualcosa che spuntava da terra. Più o meno in quel punto.» Claudel indicò con un cenno un avvallamento dove la parete di fondo incontrava il pavimento di terra battuta. «Ha dissotterrato le ossa e le ha mostrate al proprietario. Insieme, hanno controllato su un libro di anatomia preso della biblioteca rionale se erano ossa umane. Ne hanno scelto uno con delle belle illustrazioni a colori perché è probabile che non sappiano neanche leggere.»

Stavo per fare un'altra domanda, quando dal piano di sopra giunse un rumore. Io e Claudel alzammo lo sguardo, pensando di vedere arrivare Charbonneau, il suo collega.

Invece oltre la botola comparve una sorta di spaventapasseri con una felpa lunga fino alle ginocchia, jeans oversize e luride Nike azzurre. Un paio di lunghi codini spuntavano dal bordo della bandana rossa che gli fasciava la testa.

L'uomo, inginocchiato sull'orlo della botola che portava nello scantinato, puntò una Kodak usa e getta verso di me e scattò alcune fotografie.

Claudel aggrottò le sopracciglia e il suo naso aquilino d'un tratto diventò rosso. «Tabernac!»

Un altro paio di scatti e la bandana rossa sgusciò via.

Claudel infilò la pistola nel fodero e afferrò il mancorrente della scaletta. «Finché non arrivano quelli della SIJ, si difenda tirando pietre.»

SIJ, Section d'Identité Judiciaire. In Québec l'equivalente della Scientifica.

Osservai l'agile posteriore di Claudel scomparire oltre l'apertura rettangolare della botola. E non cedetti alla tentazione di armarmi con una pietra.

Di sopra, voci soffocate e rumore di stivali. Di sotto, solo il ronzio del generatore che alimentava le luci portatili.

Trattenendo il respiro, ascoltai le ombre che si muovevano intorno a me.

Niente squittii. Niente zampetta.

Rapido esame visivo dell'ambiente.

Niente occhi tondi. Niente codine nude guizzanti.

I bastardelli probabilmente si erano ritirati per organizzare la prossima offensiva.

Anche se non condividevo l'approccio di Claudel al problema, su una cosa ero d'accordo con lui: dei roditori facevo volentieri a meno.

Contenta di essere rimasta sola, mi concentrai di nuovo sulla buca ai miei piedi. Dottor Energy, drink energizzante. Stanco morto? Dottor Energy restituisce alle tue ossa la voglia di ballare.

Non a queste ossa, dottore.

Osservai il macabro contenuto della buca.

Anche se gran parte dello scheletro era ancora interrata, alcune ossa erano pulite e sotto la debole luce dell'impianto portatile la loro superficie appariva color castagna. Una clavicola. Alcune costole. Il bacino.

Un teschio umano.

Maledizione!

Ero arrivata a Montréal da Charlotte, nel North Carolina, il giorno prima per prepararmi a una deposizione prevista per il martedì. Un uomo era stato accusato di aver ucciso e fatto a pezzi la moglie. Io dovevo riferire alla corte circa l'analisi delle tracce lasciate dalla sega sullo scheletro della donna. Si trattava di una perizia piuttosto delicata e prima di andare in tribunale volevo rivedere il materiale che avevo raccolto. Invece, mi stavo congelando il posteriore nello scantinato di una pizzeria.

In mattinata Pierre LaManche era passato da me in ufficio. Mi era bastato guardarlo in faccia per capire che cosa dovevo aspettarmi.

Nello scantinato di un locale dove vendevano pizza al trancio erano state trovate delle ossa, mi aveva spiegato il mio capo. Il proprietario aveva chiamato la polizia. La polizia aveva chiamato il coroner. Il coroner aveva chiamato l'Istituto di medicina legale.

LaManche mi aveva chiesto di andare a controllare.

«Oggi?»

«S'il vous plaît.»

«Domani devo deporre in tribunale.»

«Il processo Pétit?»

Annuii.

«Quasi sicuramente si tratta di resti animali» aveva detto LaManche nel suo elegante francese parigino. «Non dovrebbe essere una faccenda lunga.»

«Dove?»

LaManche aveva letto l'indirizzo da un foglietto che aveva in mano. Rue Sainte-Catherine, qualche isolato a est di Centre-Ville.

Territorio della CUM.

Claudel.

Il pensiero di lavorare con Claudel aveva prodotto la prima imprecazione della giornata.

Nella città di Montréal i tutori dell'ordine appartengono a due diversi corpi di polizia: la SQ e la CUM. La Sûreté du Québec è la polizia provinciale e ha giurisdizione su tutto il territorio nazionale e nelle cittadine dove mancano i corpi municipali, mentre la Police de la Communauté Urbaine de Montréal è la polizia municipale di Montréal e opera essenzialmente nella zona dell'isola sul San Lorenzo.

I detective Luc Claudel e Michel Charbonneau lavorano nella Squadra Omicidi della CUM. Come antropologa forense della provincia del Québec, negli anni mi è capitato di lavorare con entrambi. Con Charbonneau, l'esperienza è sempre un piacere; con Claudel, l'esperienza è sempre... un'esperienza. Pur essendo un ottimo poliziotto, Luc Claudel ha la pazienza di un petardo, la sensibilità di Jack lo Squartatore e un persistente scetticismo nei confronti dell'antropologia forense.

A parte questo, è sempre elegante come un damerino.

Al mio arrivo nella cantina della pizzeria, due ore prima, avevo trovato la cassa di bibite Dottor Energy già riempita con le ossa non interrate. Claudel non mi aveva ancora fornito tutti i particolari del caso, ma avevo immaginato che le ossa fossero state rimosse dal proprietario, forse aiutato dallo sfortunato idraulico. Il mio primo compito era stato stabilire se i resti erano umani.

Lo erano.

La scoperta aveva prodotto la seconda imprecazione della giornata.

Il compito successivo era scoprire se sotto il pavimento dello scantinato qualcun altro riposava in pace. Avevo iniziato utilizzando tre diverse tecniche esplorative.

L'illuminazione orizzontale del pavimento con il fascio di luce di una torcia aveva rivelato alcune depressioni della terra battuta. Il conseguente sondaggio delle depressioni aveva prodotto una certa resistenza, che suggeriva la presenza di oggetti sotto la superficie. Dagli scavi di prova erano affiorate alcune ossa umane.

Pessima notizia per il ripasso in tutto relax del caso Pétit. Quando avevo messo a parte i due detective delle mie conclusioni, Claudel e Charbonneau avevano reagito con le imprecazioni tre, quattro e cinque.

Subito era stata convocata la Scientifica e le operazioni di routine erano iniziate. Illuminazione. Fotografie. Interrogatorio del proprietario e del suo aiutante. Il pavimento dello scantinato era stato ispezionato con un'apparecchiatura laser penetrante, o GPR. Il GPR aveva rivelato interferenze nel sottosuolo a dieci centimetri di profondità sotto ogni avvallamento. A parte questo, lo scantinato era pulito.

Mentre i tecnici della Scientifica facevano una pausa e Claudel e la sua semiautomatica decidevano di dichiarare guerra ai topi, io creai una semplice griglia a quattro quadranti. Stavo fissando l'ultimo cordino all'ultimo piolo quando Claudel si trasformò in Rambo e iniziò la sua battaglia contro i topi.

E adesso? Dovevo aspettare che tornassero quelli della Scientifica?

Faceva troppo freddo.

Utilizzando le apparecchiature della Scientifica, scattai alcune foto e girai un breve video. Dopodiché, cercai di riattivare la circolazione strofinandomi energicamente le mani, mi rimisi i guanti e, accovacciata sul pavimento, iniziai a rimuovere la terra con una paletta dal quadrante A-1.

Mentre scavavo, mi sentii assalire dalle variegate emozioni che sempre mi coglievano in simili occasioni. I sensi all'erta. L'intensa curiosità. E se non era niente? E se invece era qualcosa?

L'ansia.

E se avessi compromesso un indizio cruciale?

Pensai ad altri scavi. Ad altre morti. Un'aspirante santa in una chiesa andata a fuoco. Un'adolescente decapitata nel covo di una banda di biker. Due tossici crivellati di colpi sepolti sul greto di un fiume.

Non so da quanto tempo stavo scavando, quando tornarono i tecnici della Scientifica. Il più alto mi porse un bicchiere di polistirolo. Esplorai la mia memoria in cerca del suo nome.

Racine. Radice. Lungo e sottile come una radice. I miei neuroni funzionavano ancora.

Rene Racine. Uno nuovo. Avevamo già lavorato insieme a qualche recupero. Il collega più basso era Pierre Gilbert. Lo conoscevo da una decina d'anni.

Sorseggiando caffè tiepido, spiegai che cosa avevo fatto in loro assenza. Poi chiesi a Gilbert di filmare e di spostare la terra. A Racine di setacciare.

Dopodiché tornai alla griglia.

Quando ebbi finito con il quadrante A-1, che avevo scavato per circa sette centimetri, passai al quadrante B-1. Poi al C-1 e infine al D-1.

Nient'altro che terra.

Okay. Il GPR rivelò un'anomalia a una decina di centimetri sotto la superficie.

Continuai a scavare.

Le dita dei piedi e delle mani si erano addormentate. Persi la nozione del tempo.

Gilbert trasportava secchi di terra dalla griglia al setaccio. Racine setacciava. Di tanto in tanto Gilbert filmava o scattava una fotografia.

Quando tutta la griglia fu scavata per più o meno sette centimetri, tornai al quadrante A-1. Quando raggiunsi una profondità di circa quindici centimetri cambiai quadrante, come avevo fatto precedentemente.

Dopo due palettate nel quadrante B-1, notai una variazione nel colore del terreno. Chiesi a Gilbert di riposizionare le luci.

Un'occhiata, e il cuore saltò un battito.

«Bingo!»

Gilbert si accovacciò accanto a me. Racine lo raggiunse.

«Quoi?» domandò Gilbert.

Passai la punta della paletta lungo il margine esterno della chiazza che affiorava nel quadrante B-1.

«Qui la terra è più scura» osservò Racine.

«Questa macchia indica un processo di decomposizione» spiegai.

I due tecnici mi guardarono.

Indicai i quadranti C-1 e D-1. «Là sotto qualcosa o qualcuno sta affondando nel terreno.»

«Devo avvertire Claudel?» domandò Gilbert.

«Direi di sì.»

 

Quattro ore dopo avevo le dita completamente congelate. Nonostante mi fossi imbacuccata con sciarpa e cappello, nonostante il mio giaccone cento per cento microfibra foderato in lana merino e garantito fino a quaranta gradi sottozero, tremavo come una foglia.

Gilbert si spostava in continuazione per lo scantinato scattando e filmando da tutte le angolazioni possibili. Racine osservava, le mani nascoste sotto le ascelle in cerca di calore. I due tecnici sembravano perfettamente a loro agio nelle loro tenute da inverno artico.

I due investigatori della Omicidi, Claudel e Charbonneau, aspettavano uno accanto all'altro, gambe divaricate e mani unite davanti ai genitali. Indossavano entrambi cappotto nero di lana e guanti neri di pelle. Nessuno dei due aveva l'aria contenta.

Otto topi morti decoravano i bordi del pavimento.

La buca dell'idraulico e due avvallamenti erano stati scavati per circa sessanta centimetri. La prima aveva restituito alcune ossa dimenticate dall'idraulico e dal proprietario della pizzeria. Gli scavi degli avvallamenti erano un'altra storia.

Lo scheletro sotto la griglia numero 1 giaceva in posizione fetale. Non aveva vestiti addosso e la setacciatura del terreno non aveva restituito alcun oggetto.

L'individuo sotto la griglia numero 2 era stato legato prima di essere sotterrato. Le parti visibili erano del tutto scheletrizzate.

Dopo aver pulito le ultime particelle di terra dai resti del secondo individuo, posai il pennello, mi alzai e saltellai per qualche secondo per scaldarmi i piedi.

«Quella è una coperta?» domandò Charbonneau. La sua voce suonò roca per il freddo.

«Si direbbe qualcosa di pelle, o di cuoio» risposi.

Il detective indicò la cassa di Dottor Energy con il dito.

«Quelli sono i resti del tizio là sotto?»

Il tenente Michel Charbonneau era nato a Chicotoumi, sulle rive del San Lorenzo, a sei ore di strada da Montréal, in una regione nota con il nome di Saguenay. Prima di entrare nella CUM, aveva lavorato per diversi anni nei campi petroliferi del Texas occidentale. Fiero della sua gioventù nel selvaggio West, Charbonneau mi parlava sempre nella mia lingua madre. In effetti il suo inglese era buono, anche se quasi sempre le parole erano accentate nel modo sbagliato e le sue frasi contenevano più slang delle canzoni di un rapper del Bronx.

«Speriamo.»

«Speriamo?» Dalla bocca di Claudel uscì una nuvoletta di vapore.

«Proprio così, monsieur Claudel. Speriamo.»

Claudel fece per ribattere, ma poi optò per il silenzio.

Quando Gilbert finì di filmare i resti legati, mi inginocchiai e tirai leggermente un lémbo dell'involucro di cuoio. Che si lacerò.

Dopo aver sostituito i guanti di lana con quelli in lattice, mi sporsi in avanti e iniziai a liberare un intero angolo di cuoio, e con grande cautela lo separai dal contenuto, lo sollevai e poi lo arrotolai su se stesso.

Dopo aver interamente sollevato lo strato esterno, procedetti con quello interno. In alcuni punti, le fibre aderivano allo scheletro. Nonostante le mani tremanti per il freddo e per la tensione, riuscii a staccare con il bisturi tutto lo strato di cuoio.

«Che cos'è quella roba bianca?» domandò Racine.

«Adipocera.»

«Adipocera?»

«Sì. È il grasso che si forma nei cadaveri.» Non avevo l'umore giusto per una lezione di biochimica. «Gli acidi grassi e i saponi di calcio dei muscoli e dei grassi stessi subiscono una trasformazione chimica, in genere dopo una lunga sepoltura o dopo una lunga immersione in acqua.»

«Perché nell'altro scheletro non c'è?»

«Non lo so.»

Claudel sbuffò. Lo ignorai.

Quindici minuti dopo avevo completamente staccato e sollevato lo strato interno, esponendo l'intero scheletro.

Il cranio era presente, anche se danneggiato.

«Tre teste, tre persone» affermò Charbonneau.

«Tabernouche!» imprecò Claudel.

«Maledizione!» imprecai io.

Gilbert e Racine non parlarono.

«Lei ha qualche idea in merito, dottoressa?» mi domandò Charbonneau.

Mi alzai in piedi. Quattro paia di occhi mi seguirono mentre mi spostavo verso la cassa del Dottor Energy.

Lentamente, sollevai i due bacini e li esaminai. Poi feci altrettanto con i crani.

Santo cielo!, pensai.

Posai le ossa, andai al secondo scavo e studiai ancora i frammenti del cranio appena rinvenuto.

No. Ancora una volta. Le vittime universali.

Spostai delicatamente la porzione destra del bacino.

Dalla bocca delle cinque persone presenti continuavano a uscire nuvolette di vapore.

Seduta sui talloni, pulii la terra dalla sinfisi pubica.

E una sensazione di gelo mi calò sul petto.

Tre donne. Tre ragazze.

 

2

 

Il martedì, quando aprii gli occhi svegliata dal bollettino meteorologico del giornale radio, capii subito che dovevo aspettarmi una giornata gelida. Non l'occasionale freddo umido di cui ci lamentiamo a gennaio in North Carolina, ma una temperatura di parecchi gradi sotto lo zero. Un freddo polare. Un freddo del tipo «se mi fermo muoio e divento cibo per i lupi».

Adoro Montréal. Adoro la sua collinetta, il vecchio porto, il quartiere di Little Italy, Chinatown, il Gay Village, i grattacieli di vetro e acciaio di Centre-Ville, l'intreccio di vicoli dei quartieri vecchi con le case di pietra grigia e le scalette impossibili.

Montréal è una città sempre in lotta con se stessa, una città di contraddizioni. Anglofona e francofona. Separatista e federalista. Cattolica e protestante. Vecchia e nuova. La trovo davvero affascinante. Adoro il suo multiculturalismo, fatto anche di empenada e di falafel, di poutine e di Kong-Pao. Il pub irlandese Hurley's. Il Katsura. L'Express. Fairmont Bagel. La Trattoria Trastevere.

Non manco mai di partecipare all'infinito programma di eventi offerto dalla città. Le Festival International de Jazz, Les Fêtes Gourmandes Internationales, Le Festival International des Films du Monde, la mostra degli insetti chiamata Insectarium. Frequento i grandi magazzini di Rue Sainte-Catherine, i mercati all'aperto delle zone di Jean Talon e di Atwater, i negozietti di antiquariato lungo Nôtre-Dame. Visito i musei, faccio i picnic nei parchi, vado in bicicletta lungo il Lachine Canal. E mi godo tutto questo con gioia infinita.

Mentre non mi godo affatto il clima da novembre a maggio.

Lo ammetto. Ho vissuto troppo tempo al sud. Detesto patire il freddo. Non ho pazienza per il ghiaccio e per la neve. Tenetevi pure stivali, giacconi e piste di pattinaggio e datemi calzoncini, sandali e crema solare a schermo totale.

Birdie, il mio gatto, è d'accordo con me. Quando mi alzai a sedere sul letto, lui inarcò la schiena e si infilò all'istante sotto le coperte. Con un sorriso, guardai il suo corpo sinuoso arrotolarsi in una ciambella compatta. Birdie. Il mio unico e più fedele compagno.

«Ti capisco» dissi, e spensi la radio.

La ciambella si arrotolò ancora di più.

Guardai l'ora. Le cinque e mezzo.

Lanciai un'occhiata fuori dalla finestra. Buio pesto.

Schizzai in bagno.

Venti minuti dopo ero seduta al tavolo della cucina, con una tazza di caffè a destra e il fascicolo del caso Pétit a sinistra.

Marie-Reine Pétit era una madre di tre figli di quarantadue anni che faceva la commessa in una boulangerie. Due anni prima era scomparsa. E quattro mesi dopo il suo busto in decomposizione era stato scoperto in una sacca da hockey in un capanno degli attrezzi dietro la casa dei Pétit. La testa e gli arti erano stati occultati non lontano in un'altra sacca da hockey.

Dalla perquisizione del seminterrato dei Pétit erano risultati seghe, seghetti e altri attrezzi da taglio. L'esame che avevo eseguito sulle ossa di Marie-Reine Pétit per stabilire se i segni visibili su di esse potevano derivare da uno degli attrezzi del marito aveva dato esito positivo. Erano stati lasciati dal seghetto da ferro. E Rejean Pétit era stato accusato dell'omicidio della moglie.

Due ore e tre caffè dopo, raccolsi le fotografie e la documentazione e ricontrollai la convocazione del tribunale in qualità di testimone.

 

...de comparaître personnellement devant la Cour du Québec, chambre criminelle et pénal, au Palais de justice de Montréal, à 9:00 heures le 3 décembre...

 

Magnifico. Invitata a testimoniare di persona. Un invito che non si poteva rifiutare. Come quello dell'ufficio delle tasse. Non era neppure necessario rispondere.

Presi nota del numero dell'aula di tribunale.

Mi infilai gli stivali e il giaccone imbottito, presi guanti, cappello e sciarpa, inserii l'antifurto della casa e andai in garage. Birdie non si era ancora mosso da sotto le coperte. Probabilmente il mio gatto aveva approfittato di una colazione antelucana.

La mia vecchia Mazda partì al primo colpo. Buon segno.

In cima alla rampa del garage, frenai troppo bruscamente e imboccai la stradina sgommando come un ragazzino sulla slitta. Brutto segno.

Ora di punta. Le strade erano intasate e ogni veicolo in transito schizzava ventagli di neve e fanghiglia. Il sole del primo mattino aveva appannato il mio parabrezza spruzzato di sale. Nonostante i tergicristalli e i continui spruzzi d'acqua, mi ritrovai a percorrere interi tratti completamente alla cieca. Dopo alcuni isolati, mi pentii di non aver preso un taxi.

Verso la fine del Sedicesimo secolo, un gruppo di irochesi laurenziani fissarono la loro dimora presso un villaggio che chiamarono Hochelaga, situato tra una collinetta e un grande fiume, appena oltre l'ultimo tratto di rapide pericolose. Nel 1642, alcuni missionari e avventurieri francesi giunsero al villaggio e vi si stabilirono. I francesi chiamarono il loro avamposto Ville-Marie.

Nel corso dei secoli, i residenti di Ville-Marie aumentarono, e il villaggio si trasformò in una città con strade lastricate e grandi edifici. La città prese il nome della collina alle sue spalle, il Mont Réal. Il fiume fu chiamato San Lorenzo.

Benvenuti europei. Addio popoli nativi.

Oggi l'antico nucleo Hochelaga/Ville-Marie è noto con il nome di vieux Montréal. E i turisti lo adorano.

Adagiata alle pendici della collinetta, la Vecchia Montréal è un borgo molto pittoresco, illuminato da lampade a gas, percorso da carrozze a cavalli e punteggiato di bancarelle e di caffè all'aperto. I solidi edifici di pietra che furono costruiti dai coloni insieme a scuderie, botteghe e magazzini oggi ospitano musei, negozi, gallerie e ristoranti, e le strade acciottolate sono strette e tortuose come allora.

E non offrono alcuna possibilità di parcheggio.

Pentendomi ancora una volta di non aver preso un taxi, lasciai la mia auto in un parcheggio a pagamento e percorsi rapidamente a piedi Boulevard Saint-Laurent fino al Palais de Justice, situato al numero 1 di Rue Nôtre-Dame, la via che delimitava a nord il centro storico. Sentivo il sale scricchiolarmi sotto gli stivali. Il mio respiro si congelava sui lembi della sciarpa. Notai che i piccioni mi ignoravano e rimanevano stretti l'uno all'altro, preferendo il calore collettivo alla sicurezza del volo.

Mentre camminavo, pensai agli scheletri nello scantinato della pizzeria. Chissà se quelle ossa appartenevano veramente a delle ragazze. Sperai di no, ma dentro di me conoscevo già la risposta.

Pensai anche a Marie-Reine Pétit, e mi addolorò l'idea di quella vita interrotta da un'inspiegabile cattiveria. Pensai ai suoi figli. Al padre in carcere accusato di aver ucciso la madre. Quei bambini avrebbero mai potuto riprendersi da una simile sciagura? O sarebbero rimasti irrimediabilmente segnati dall'orrore che si era spalancato davanti a loro?

Arrivata vicino al Palais de Justice, lanciai uno sguardo al McDonald's di fronte all'edificio, sul Boulevard Saint-Laurent. I proprietari avevano tentato di uniformasi allo stile dei primi coloni, rinunciando agli archi e inserendo dei tendoni azzurri. Il risultato era discutibile, ma almeno ci avevano provato.

Al contrario, gli architetti del tribunale di Montréal non si erano impegnati molto nel tentativo di armonizzare il loro edificio a quelli preesistenti. I piani inferiori consistevano in una scatola oblunga coperta di barre nere verticali che sporgeva su un'altra scatola più piccola e dalla facciata interamente in vetro. I piani superiori svettavano verso il cielo come un anonimo monolito. L'edificio si inseriva nel contesto come una Porsche parcheggiata in una comunità Amish.

L'interno del Palais era affollatissimo. Cercai di farmi largo tra una folla di signore in pellicce alla caviglia, di ragazzi con vestiti grandi a sufficienza per coprire un gigante, uomini in giacca e cravatta, avvocati e giudici in abito scuro. Alcuni aspettavano. Altri correvano. Non c'erano vie di mezzo. Aggirando enormi fioriere e piantane cariche di luci da palcoscenico, mi avvicinai a un gruppo di ascensori in fondo all'atrio. Dall'attiguo Café Vienne arrivava un allettante aroma di caffè. Nonostante la tensione, pensai per un attimo di fermarmi a bere il quarto caffè della giornata, ma poi saggiamente rinunciai.

Di sopra, l'atmosfera era molto simile a quella che avevo trovato nell'atrio, anche se le persone in attesa erano in maggioranza. Qualcuno sedeva su panche in metallo rosso, altri ciondolavano appoggiati alle pareti, altri ancora chiacchieravano in piedi a voce bassa. Qualcuno parlava con gli avvocati nelle salette degli interrogatori che si affacciavano sul corridoio. Nessuno aveva l'aria felice.

Mi sedetti su un sedile fuori dall'aula 4.01 e presi dalla portadocumenti il fascicolo del caso Pétit. Una decina di minuti dopo Louise Cloutier uscì dall'aula del tribunale. Con i lunghi capelli biondi e gli enormi occhiali, il pubblico ministero non dimostrava più di diciassette anni.

«Lei dovrebbe essere il mio primo testimone, giusto?» Louise Cloutier sembrava piuttosto tesa.

«Sono pronta» dissi.

«La sua testimonianza sembra essere fondamentale.»

Il pubblico ministero giocherellò nervosamente con una graffetta. Avrebbe voluto vedermi il giorno prima, ma il recupero degli scheletri nella pizzeria aveva reso impossibile il nostro incontro. E la telefonata avuta in tarda serata non aveva prodotto il livello di preparazione che l'avvocato auspicava. Cercai di rassicurarla.

«Non mi è stato possibile riferire i segni sulle ossa di Marie-Reine Pétit a un seghetto in particolare, ma posso affermare con sicurezza che derivano tutti dallo stesso attrezzo.»

Louise Cloutier annuì. «Quindi corrispondono.»

«Esattamente» confermai.

«La sua testimonianza sarà cruciale, perché nella sua prima deposizione, Rejean Pétit sostiene di non aver mai visto quel seghetto. Un analista dell'Istituto di medicina legale dichiarerà che dopo aver rimosso il manico dell'attrezzo, ha trovato minuscole tracce di sangue nella scanalatura del perno a vite.»

Louise Cloutier mi aveva già informato di questo durante la telefonata della sera prima. Ma mi rendevo conto che l'avvocato stava verbalizzando le accuse contro Pétit più per se stessa che per me.

«Un esperto nell'analisi del DNA testimonierà che il sangue di quelle tracce appartiene a Pétit. E questo lo lega inevitabilmente al seghetto.»

«Mentre io legherò il seghetto alla vittima.»

Cloutier annuì. «Questo giudice è un vero rompiballe riguardo gli esperti che chiamiamo a deporre.»

«Non sono tutti così, i giudici?»

L'avvocato sorrise nervosamente. «L'usciere la chiamerà tra cinque minuti.»

In realtà ne passarono quasi venti.

L'aula era un'anonima e tipica aula di tribunale. Pareti grigie. Moquette grigia. Lunghe panche coperte da imbottiture in tessuto grigio. Gli unici colori erano al centro del palcoscenico, dietro il cancelletto che separava il pubblico dagli addetti ai lavori. Le poltroncine degli avvocati foderate in tessuto rosso, giallo e marrone. Il blu, il rosso e il bianco delle bandiere del Québec e del Canada.

Le panche riservate agli spettatori erano occupate da una decina di persone. Molti occhi mi seguirono mentre mi avvicinavo al centro dell'aula e salivo sul banco dei testimoni. Avevo il giudice alla mia sinistra, la giuria di fronte, e l'imputato, Pétit, alla mia destra.

Avevo già deposto in tribunale in qualità di esperto altre volte. Mi sono trovata di fronte a uomini e donne accusati di crimini orrendi. Omicidio. Stupro. Tortura. Smembramento di cadaveri. E gli imputati mi lasciano sempre annichilita.

Quello non faceva eccezione. Rejean Pétit era un uomo comune. Perfino timido. Avrebbe potuto essere uno dei miei zii.

L'usciere mi fece giurare. Louise Cloutier si alzò e iniziò a interrogarmi dal banco della pubblica accusa.

«Per favore, dica il suo nome completo.»

«Temperance Daessee Brennan.»

I microfoni in cui parlavamo scendevano dal soffitto, e le nostre voci erano l'unico suono che si udiva nell'aula.

«Qual è la sua professione?»

«Sono un'antropologa forense.»

«Da quanto tempo esercita la sua professione?»

«Da circa vent'anni.»

«Dove esercita la sua professione?»

«Sono professore ordinario presso la University of North Carolina di Charlotte. Lavoro come antropologa forense per la provincia del Québec presso il Laboratoire de Sciences Judiciaires et de Médecine Légale di Montréal, e per lo Stato del North Carolina presso l'Office of the Chief Medical Examiner di Chapel Hill.»

«È cittadina americana?»

«Sì. Ma ho un permesso di lavoro rilasciato dallo Stato canadese. Lavoro sia qui a Montréal sia a Charlotte, in North Carolina.»

«Come mai una cittadina americana lavora come antropologa forense per la provincia del Québec?»

«Perché non esiste un cittadino canadese che abbia l'abilitazione a questa professione e al tempo stesso parli correntemente il francese.»

«Parleremo in seguito della sua abilitazione. Adesso vorrebbe descriverci la sua formazione?»

«Ho conseguito la laurea in antropologia presso la American University di Washington e il dottorato in Antropologia biologica presso la Northwestern University di Evanston, in Illinois.»

Seguì una serie infinita di domande sulla mia carriera universitaria, dai corsi frequentati agli argomenti della tesi e del dottorato, dalle ricerche, ai riconoscimenti ottenuti, alle pubblicazioni. Dove? Quando? Con chi? Quali riviste? Per un attimo ho pensato che mi avrebbero chiesto anche il colore delle mutande che indossavo il giorno della laurea.

«Ha pubblicato qualche libro, dottoressa Brennan?»

Citai l'elenco completo.

«Appartiene a qualche associazione professionale?»

Citai anche queste.

«Ha mai avuto qualche incarico specifico all'interno di tali associazioni?»

Altro elenco.

«Lei è abilitata allo svolgimento della sua professione da qualche organismo ufficiale?»

«Sono abilitata dall'American Board of Forensic Anthropology.»

«Vuole spiegare alla corte che cosa significa?»

Descrissi l'iter di ammissione, dalla presentazione della domanda, all'esame dei titoli, all'accertamento della deontologia del candidato; inoltre spiegai l'importanza di tali organismi nel valutare la competenza di chi offre la propria collaborazione come esperto del settore.

«Oltre agli istituti di medicina legale del Québec e del North Carolina, esistono altri contesti in cui lei svolge la sua attività professionale?»

«Ho lavorato per le Nazioni Unite, per il Military Central Identification Laboratory degli Stati Uniti di Honolulu, come istruttore presso l'Accademia dell'FBI di Quantico, come istruttore presso l'Accademia della Royal Canadian Mounted Police a Ottawa. Sono membro della National Disaster Mortuary Response Team degli Stati Uniti. Saltuariamente, lavoro anche come consulente per clienti privati.»

La giuria ascoltava immobile, forse affascinata, forse addormentata. L'avvocato di Pétit non prendeva appunti.

«Potrebbe spiegarci, dottoressa Brennan, in che cosa consiste esattamente il lavoro di un antropologo?»

Parlai direttamente alla giuria.

«Gli antropologi forensi sono specialisti dello scheletro umano. In genere, ma non sempre, ci occupiamo di un caso perché contattati dall'anatomo-patologo. La nostra consulenza viene richiesta quando una normale autopsia, eseguita su organi e tessuti molli, può essere eseguita solo in modo parziale o non può essere eseguita affatto. In questi casi, è necessario ricorrere all'esame delle ossa per fornire una risposta a domande cruciali.»

«Che genere di domande?»

«Quasi sempre domande che riguardano l'identità della vittima, le modalità del decesso, eventuali mutilazioni postmortem o altre anomalie.»

«In che modo l'antropologo contribuisce a determinare l'identità della vittima?»

«Attraverso l'esame dello scheletro siamo in grado di stilare il profilo biologico della salma, che comprende l'età, il sesso, la razza, l'altezza. In alcuni casi, siamo anche in grado di confrontare alcune caratteristiche anatomiche osservate su un individuo sconosciuto con caratteristiche simili presenti su radiografie antemortem di un individuo conosciuto.»

«Ma gran parte delle identificazioni non vengono eseguite con l'ausilio delle impronte digitali, del DNA O della documentazione odontoiatrica?»

«Sì. Ma per utilizzare le informazioni delle cartelle mediche o della documentazione odontoiatrica prima è necessario restringere il più possibile il campione su cui effettuare le analisi. Avvalendosi del profilo antropologico, gli investigatori possono cercare negli archivi delle persone scomparse, trovare dei nomi e ottenere la documentazione individuale per poi mettere a confronto i dati relativi ai resti rinvenuti. Spesso noi antropologi forniamo un primo livello di analisi su resti appartenenti a persone completamente sconosciute.»

«In che modo invece vengono stabilite le modalità del decesso?»

«Analizzando il tipo e la localizzazione delle fratture, l'antropologo è in grado di ricostruire gli eventi che possono avere causato ferite o lesioni particolari.»

«Che tipo di ferite esamina in genere, dottoressa Brennan?»

«Ferite da arma da fuoco. Ferite da taglio. Ferite da corpi contundenti. Strangolamenti. Ma ancora una volta devo sottolineare che questo genere di perizie vengono richieste solo nel caso in cui il corpo sia compromesso in modo tale da impedire il normale esame autoptico degli organi e dei tessuti molli.»

«Che cosa intende quando dice che il corpo è compromesso?»

«Mi riferisco a un corpo decomposto, bruciato, mummificato, scheletrizzato...»

«Anche smembrato?»

«Sì.»

«Grazie, dottoressa.»

Avevo finalmente attirato l'attenzione della giuria. Tre persone mi fissavano con gli occhi sgranati. Una donna seduta in seconda fila si teneva una mano davanti alla bocca.

«Avete già testimoniato presso altre corti della provincia del Québec o di altri Stati in qualità di esperta durante un processo penale?»

«Sì. Molte volte.»

Cloutier si rivolse al giudice.

«Vostro onore, invitiamo la dottoressa Brennan a deporre in qualità di esperta nel campo dell'antropologia forense.»

La difesa non sollevò alcuna obiezione.

Potevamo iniziare.

A metà del pomeriggio Louise Cloutier concluse il mio interrogatorio. Quando l'avvocato della difesa si alzò sentii una stretta allo stomaco.

Adesso arriva il brutto, pensai. Diffidenza, trabocchetti e generica cattiveria.

L'avvocato di Pétit fu organizzato e corretto.

E concluse entro le cinque.

Per come si sarebbero messe le cose, il suo controinterrogatorio non fu niente in confronto a quello che mi aspettava nello scantinato della pizzeria.

 

3

 

Era già buio quando uscii dal palazzo di giustizia. Gli alberi di Rue Nôtre-Dame erano illuminati da festoni di lucine bianche; un calesse mi passò davanti, tirato da un cavallo con paraocchi rossi e un rametto d'abete infilato nei finimenti. I fiocchi di neve fluttuavano intorno ai finti lampioni a gas.

Bonne fête! Natale in Québec.

Le strade erano di nuovo intasate dal traffico, come al mattino. Salii in auto e lentamente iniziai a risalire lungo Boulevard Saint-Laurent, ancora tesa per la mia deposizione.

Le mie dita tamburellavano sul voltante. La mente non riusciva a fermarsi, e i pensieri continuavano a rimbalzare da una vicenda all'altra. La mia testimonianza in tribunale. Gli scheletri nello scantinato della pizzeria. Mia figlia. La serata che mi aspettava.

Cosa avrei potuto dire di più alla giuria? Le mie spiegazioni potevano essere più chiare? Avevano capito? Avrebbero condannato quel bastardo di Pétit?

Che cosa avrei scoperto in Istituto l'indomani mattina? Gli scheletri si sarebbero rivelati quello che già sospettavo? Claudel sarebbe stato sgradevole come sempre?

Perché mia figlia Katy era infelice? L'ultima volta che ci eravamo sentite, aveva lasciato intendere che le cose non andavano benissimo a Charlottesville. Sarebbe riuscita a finire l'ultimo anno di università? Oppure a Natale mi avrebbe annunciato che intendeva lasciare gli studi senza laurearsi?

Come sarebbe andata la cena che mi aspettava quella sera? Il mio recente amore stava per implodere? Era vero amore?

All'incrocio con Rue de la Gauchetière passai sotto la porta con il drago ed entrai in Chinatown. I negozi stavano chiudendo e gli ultimi pedoni si affrettavano a rientrare a casa, la testa avvolta nella sciarpa e la schiena curva per il freddo.

La domenica, a Chinatown regna la strana atmosfera di un bazar. I ristoranti servono Dim Sum e se il tempo è clemente, fuori dalle botteghe spuntano bancarelle cariche di prodotti esotici, di uova conservate, di pesce essiccato, di erbe aromatiche cinesi. Nei giorni di festa, si susseguono le danze dei draghi, le dimostrazioni di arti marziali, i fuochi di artificio. Ma il lunedì, tutto cambia e c'è spazio solo per gli affari.

I pensieri tornarono a mia figlia. Katy adorava quel quartiere. Quando veniva a Montréal un giro a Chinatown non poteva mai mancare.

Prima di svoltare sulla René-Lévesque, lanciai un'occhiata all'incrocio che avevo di fronte. Come Rue Nôtre-Dame, la Main era tutto uno splendore di addobbi natalizi.

Il San Lorenzo. La Main. Un secolo fa, la principale arteria commerciale della città. E sosta obbligata per i gruppi di immigranti. Irlandesi. Portoghesi. Italiani. Ebrei. A prescindere dal Paese di origine, gran parte dei nuovi arrivati a Montréal trovavano la loro prima dimora nelle vie e nei viali intorno a Boulevard Saint-Laurent.

Mentre aspettavo ferma al semaforo della Peel, un uomo passò davanti ai miei fanali. Alto, la pelle arrossata dal freddo, i capelli biondi e scompigliati dal vento.

Associazione mentale.

Andrew Ryan, tenente della Section de Crimes contre la Personne, Sûreté du Québec. La mia prima storia d'amore dopo la fine del mio ventennale matrimonio.

Una relazione destinata a essere la più breve della storia?

Le mie dita presero a tamburellare sempre più veloci.

Poiché Ryan lavora per la Squadra Omicidi e io lavoro per l'obitorio, è molto facile che le nostre vite professionali si incrocino. Io identifico le vittime. Lui inchioda i cattivi. Da una decina d'anni ci occupiamo entrambi di biker, di gang giovanili, di sette, di psicopatici e di uomini che detestavano genuinamente le loro spose.

Nel corso degli anni avevo sentito moltissimi racconti sul passato di Ryan. Sulla sua giovinezza violenta. Sulla sua conversione e conseguente passaggio tra le fila dei buoni. Sulla sua fulgida carriera nella polizia di Stato.

Anche molti racconti sul suo presente. Che invariabilmente vertevano sullo stesso argomento. Il ragazzo si dava un gran daffare.

E spesso aveva lasciato intendere di volersi dar daffare anche con me.

Ma io sono decisamente contraria alle storie d'amore tra colleghi.

Del resto non è raro che le idee di Ryan non coincidano con le mie. E poi a lui piacciono molto le sfide.

Ryan insisteva, io tenevo duro. Attacchi reiterati. Resistenza passiva. Anche se ormai ero separata da due anni, sapevo che non sarei mai tornata con Pete, il mio ex marito, e Ryan mi piaceva moltissimo. Era intelligente, sensibile e sexy da impazzire.

Quattro mesi prima. In Guatemala. Un momento emotivamente molto difficile per tutti e due. Decido di rivedere le mie posizioni.

Invito Ryan a casa mia, nel North Carolina. Mi compro la biancheria intima più striminzita che trovo, un tubino nero che avrebbe steso qualsiasi uomo e mi butto.

Ryan e io passiamo una settimana al mare e non vediamo quasi mai l'oceano. Né il tubino nero, se è per questo.

Sentii uno strano sfarfallio nello stomaco, come sempre quando pensavo a Ryan. E a quella settimana al mare insieme.

E per allungare la lista dei suoi pregi, il ragazzo a letto non era niente male.

Da agosto, eravamo se non proprio fidanzati, sicuramente amanti. Amanti clandestini. Ci piaceva tenere la cosa per noi.

Le ore passate insieme rispettavano tutti i cliché delle commedie romantiche. Passeggiate mano nella mano. Coccole davanti al fuoco. Corse nei parchi. Sesso sfrenato.

Allora perché quella sensazione che qualcosa non funzionasse?

Mentre svoltavo sulla Guy, riflettei qualche istante.

Dopo il ritorno di Ryan a Montréal dal North Carolina, c'erano state molte e lunghe telefonate notturne. Ma di recente, la frequenza di quelle telefonate era diminuita.

Non è poi così grave, Brennan. Torni a Montréal tutti i mesi.

Vero. Ma durante l'ultimo viaggio, Ryan era stato meno disponibile del solito. Era molto preso dal lavoro, aveva detto. Chissà se era veramente così?

Ero stata così felice con lui. Mi era sfuggito qualche segnale? O magari avevo male interpretato? Per caso Ryan stava cercando di prendere le distanze?

Avevo forse immaginato tutto, fantasticando come l'eroina di un fumetto romantico di serie B?

Per distrarmi, accesi la radio.

Daniel Bélanger cantava Sèche tes pleurs. Asciuga le tue lacrime.

Ottima idea, Daniel.

Cominciò a nevicare fitto fitto. Avviai i tergicristalli e mi concentrai sulla guida.

 

Quando ci vediamo per cena, in genere cucina Ryan, anche se siamo a casa mia. Quella sera, però, mi ero offerta volontaria.

Sono una brava cuoca, ma non so cucinare a istinto. Ho bisogno delle ricette.

Arrivai a casa alle sei e subito dedicai qualche minuto a Birdie, fornendogli un rapido ma dettagliato resoconto della mia giornata. Quindi presi la cartellina dove raccoglievo le ricette ritagliate dalla «Gazette» e diedi un'occhiata.

Dopo una ricerca di ben cinque minuti, trovai quel che cercavo. Petti di pollo alla griglia con salsa di melone. Riso selvatico. Tortillas e insalata di arugula.

La lista degli ingredienti era relativamente breve.

Mi infilai il giaccone e andai a Le Faubourg Sainte-Catherine.

Pollame. Verdure. Riso. Nessun problema.

Mai provato a cercare un melone a dicembre in zona artica?

Uno scambio di idee con l'addetto al magazzino risolse la crisi. Mi propose un cantalupo.

Alle sette e un quarto avevo già preparato la salsa, il riso stava bollendo, il pollo era in forno e stavo mescolando l'insalata. Sinatra cantava dal mio lettore CD e io profumavo di Chanel No. 5.

Ero pronta. Un paio di jeans rossi natalizi. Capelli dietro le orecchie, ciuffi vaporosi, ombretto orchidea e lavanda. Idea di Katy. Occhi nocciola, palpebre color lavanda. Sarei stata sfolgorante!

Ryan arrivò alle sette e mezzo con una confezione da sei di birra Moosehead, una baguette e una piccola scatola bianca proveniente da una patisserie. Aveva il viso arrossato per il freddo e qualche fiocco di neve sui capelli e sulle spalle.

Si chinò per baciarmi sulle labbra e poi mi strinse tra le braccia.

«Sei carina.» Ryan mi strinse più forte. Sentii il profumo del suo dopobarba.

«Grazie» dissi.

Quando mi lasciò, si tolse il giaccone e lo gettò sul divano.

Birdie saltò sul tappeto e schizzò in corridoio.

«Oh, scusa. Non l'avevo visto» disse Ryan.

«Sopravviverà.»

«Ehi, sei davvero molto carina.» Ryan mi accarezzò una guancia con le nocche.

Sentii lo stomaco fare le capriole.

«Anche tu non sei niente male, tenente.»

Era vero. Ryan è un uomo alto e snello, con i capelli biondi e incredibili occhi azzurri. Quella sera indossava jeans e maglione irlandese.

Discendo da generazioni di agricoltori e pescatori irlandesi e forse sarà una questione di DNA, ma agli occhi azzurri e ai maglioni con le trecce non so proprio resistere.

«Cosa c'è nella scatola?» domandai.

«Una sorpresa per lo chef.»

Ryan staccò una birra dalla confezione e mise il resto in frigorifero.

«Sento un buon profumino.» Sollevò il coperchio della casseruola con la salsa.

«Salsa di melone. Una vera impresa trovarne uno in dicembre da queste parti.»

«Che cosa ti servo, cara? Un drink? Una birra?» mi chiese Ryan fingendo di fumare il sigaro e assumendo un tono da alta società.

«Il solito, caro.»

Controllai il riso mentre Ryan prendeva la mia Diet Coke dal frigo. Quando me la porse, mi accorsi che stava sorridendo.

«Allora, chi chiama di più?»

«Prego?»

«Agenti o talent scout?»

Rimasi con la mano a mezz'aria. Avevo già capito che cosa stava per dirmi.

«Dove?»

«Sul "Journal de Montréal".»

«Oggi?»

Ryan annuì.

«Prima pagina?» Ero costernata.

«No. Quattordici. Foto a colori. Ottima inquadratura.»

«Fotografie?»

D'un tratto mi venne in mente un'immagine. Un ometto magro con un maglione lungo fino alle ginocchia. Una botola. Una macchina fotografica.

Lo stronzetto della pizzeria si era venduto le foto.

Quando lavoro a un caso, non rilascio mai interviste. Molti giornalisti per questo mi ritengono maleducata. Altri mi descrivono in termini più coloriti. Non mi interessa. Nel corso degli anni ho imparato a mie spese che le dichiarazioni inevitabilmente portano a citazioni errate. E le citazioni errate creano sempre problemi.

E poi non vengo mai bene in fotografia.

«Posso aprirti la Diet Coke?» Ryan mi prese la lattina di mano, sollevò la linguetta e me la porse.

«Sono sicura che mi hai portato una copia del giornale» dissi, posando la lattina sul piano di lavoro e aprendo lo sportello del forno.

«Per la sicurezza dei commensali, la copia verrà mostrata solo quando tutte le posate saranno sparite dalla circolazione.»

Durante la cena raccontai a Ryan della mia giornata in tribunale.

«Le recensioni sono buone» mi disse.

Ryan può contare su una rete di spie da far invidia alla CIA. In genere viene a sapere tutto quello che faccio prima ancora che glielo racconti. E questo mi infastidisce da morire.

E il divertimento di Ryan per l'articolo di giornale aveva già abbassato di molto la mia soglia di tolleranza all'irritazione.

Lascia perdere, Brennan. Non prenderti troppo sul serio.

«Davvero?» chiesi sorridendo.

«La critica ti assegna quattro stelle.»

Solo quattro?

«Ah...»

«Le voci di corridoio dicono che Pétit non ce la fa.»

Non commentai.

«Raccontami di questi scheletri nella pizzeria, invece» disse Ryan, cambiando argomento.

«Come? Non hanno già pubblicato tutta la storia su "Le Journal"?» dissi ironica, servendomi altra insalata.

«Veramente l'articolo è un po' vago. Posso avere anch'io dell'altra insalata?»

Gli passai la terrina.

Masticammo arugula per tre interi minuti. Poi Ryan ruppe il silenzio.

«Allora, non hai proprio intenzione di raccontarmi delle tue ossa?»

Lo guardai negli occhi. Il suo interesse sembrava sincero.

Lo accontentai, ma il mio racconto fu stringato. Quando ebbi finito, Ryan si alzò e andò a prendere la pagina di giornale che aveva nel giaccone.

Le fotografie erano state scattate dall'alto. Nella prima, stavo discutendo con Claudel, guardandolo con aria irritata e con un dito puntato verso il soffitto.

La seconda mi ritraeva a quattro zampe e con il fondoschiena all'aria.

«Per caso sai come "Le Journal" si sia procurato queste foto?» domandò Ryan.

«Dev'essere stato il viscido assistente del proprietario della pizzeria.»

«Chi si occupa del caso? Claudel?»

«Sì.» Raccolsi qualche briciola dal ripiano del tavolo.

Ryan posò una mano sopra la mia. «Claudel è molto cambiato.»

Non replicai.

Ryan stava per aggiungere qualcosa, quando il suo cellulare trillò.

Mi strinse la mano e dopo aver preso di tasca il telefono, controllò il display. Nel suo sguardo comparve un'ombra di fastidio. O di irritazione. O forse qualcosa che non riuscii a decifrare.

«Scusami. Devo proprio rispondere» mi disse.

Si alzò da tavola e si spostò in corridoio.

Mentre sparecchiavo, non riuscii a evitare di sentire la conversazione. Le parole non erano chiare, ma il tono suggeriva agitazione.

Dopo qualche minuto Ryan tornò in cucina.

«Scusami, pasticcino. Ma devo andare.»

«Devi andare?» Ero sconcertata.

«Si tratta di una faccenda davvero ingrata.»

«Non abbiamo mangiato la tua sorpresa.»

Lo sguardo azzurro Irlanda non incrociò il mio.

«Mi dispiace.»

Un buffetto sulla guancia.

E lo chef rimase solo con la sua sorpresa ancora intatta.

 

4

 

Mi svegliai depressa e senza sapere il perché.

Perché ero sola? Perché il mio unico compagno era un gattone bianco? Non avevo pensato la mia vita in quel modo. Pete e io volevamo invecchiare insieme. E veleggiare insieme verso l'altro mondo.

Ma poi il mio marito-per-sempre aveva pensato di dividere la sua felicità con un'agente immobiliare.

E io mi ero presa una sbandata per la bottiglia.

Pazienza, avrebbe detto Katy. La vita continua.

Fuori, la giornata era grigia, uggiosa e poco invitante. La sveglia diceva sette e dieci. Birdie non era in vista.

In bagno, mi tolsi la camicia da notte e mi infilai sotto la doccia. Dopo una rapida e sommaria asciugatura dei capelli, passai all'igiene orale, e solo a quel punto Birdie mi onorò della sua presenza. Lo salutai, poi sorrisi allo specchio, valutando se fosse o meno una giornata da mascara.

Poi mi tornò mente.

La frettolosa ritirata di Ryan. Lo sguardo che colsi nei suoi occhi.

Riposi lo spazzolino, tornai in camera da letto e guardai fuori dalla finestra. Spirali cristalline e geometrie di fiocchi di neve. Così delicate. Così fragili.

Come le fantasie che mi ero costruita riguardo una possibile vita con Ryan?

Ancora una volta mi chiesi che cosa stava succedendo.

E perché mi comportavo come Doris Day in una delle sue commedie rosa.

«Al diavolo, Doris» dissi a voce alta.

Birdie mi guardò, ma tenne i suoi pensieri per sé.

«E al diavolo anche a te, Andrew Ryan.»

Tornai in bagno e abbondai con il mascara.

 

Il Laboratoire de Sciences Judiciaires et de Médecine Légale occupa il dodicesimo e tredicesimo piano di un palazzo chiamato Édifice Wilfrid-Derome situato nella zona di Hochelaga-Maisonneuve, a est del quartiere centrale di Centre-Ville. L'undicesimo piano è occupato dal Bureau du Coroner, l'obitorio si trova nel seminterrato. I piani intermedi appartengono alla SQ.

Alle otto e un quarto, il dodicesimo piano era già affollato di donne e uomini in camice bianco. Molti di loro mi salutarono mentre passavo il tesserino di riconoscimento nelle apposite macchinette, prima nell'atrio e poi davanti alle porte di vetro che separavano l'Istituto di medicina legale dal resto dell'edificio. Restituii i molti «bonjour» e mi diressi verso il mio ufficio. Non ero dell'umore giusto per darmi alla conversazione. Ero ancora delusa per la serata con Ryan. Anzi, per la non serata con Ryan.

Come capita in quasi tutti gli istituti di medicina legale, la giornata di lavoro inizia con una riunione dei collaboratori. Non feci in tempo a togliermi il giaccone che squillò il telefono. Era Pierre LaManche. Era stata una notte movimentata. Il mio capo era impaziente di iniziare.

Quando entrai in sala riunioni, gli unici seduti al tavolo erano LaManche e Pelletier. Entrambi fecero il gesto di alzarsi dalla sedia, come ancora fanno gli uomini di una certa età in presenza di una donna.

LaManche mi chiese del processo Pétit. Dissi che a mio parere la mia deposizione era andata bene.

«E il recupero di lunedì?»

«A parte il rischio di morire assiderata, e il fatto che le famose ossa di animali si sono rivelate gli scheletri di tre persone, direi che anche quello è andato bene.»

«Inizierà le sue analisi oggi stesso, vero?» mi domandò LaManche nel suo francese impeccabile.

«Sì.» Non accennai a ciò che ritenevo già di sapere sulla base del rapido esame fatto nello scantinato. Volevo prima esserne certa.

«Il detective Claudel mi ha chiesto di avvisarla che oggi sarebbe passato qui all'una e mezzo.»

«Il detective Claudel dovrà aspettare. Sono appena all'inizio.»

Sentii Pelletier tossire e mi voltai verso di lui.

Benché inferiore a LaManche nel livello gerarchico dell'ufficio, Jean Pelletier aveva iniziato a lavorare in Istituto una decina di anni prima del mio attuale capo. Era un uomo piccolo e compatto, con sottili capelli grigi e grandi borse sotto gli occhi.

Pelletier era un lettore affezionato del «Journal». Avevo già intuito che cosa stesse per dire.

«Oui.» Le dita di Pelletier erano ingiallite da mezzo secolo di Gauloises senza filtro. E una delle sue sigarette ora indicava me. «Oui. Questa inquadratura è decisamente migliore. Anche perché mette in risalto i tuoi incantevoli occhi.»

Per tutta risposta, alzai i miei incantevoli occhi al cielo.

Mentre prendevo posto, entrarono anche Nathalie Ayers, Marcel Morin ed Emily Santangelo. Seguì uno scambio di «bonjour!» e di «comment ça va?», dopodiché Pelletier si complimentò con Emily per il nuovo taglio di capelli. Lo sguardo con cui rispose la mia collega suggerì che era meglio cambiare argomento.

Dopo aver distribuito alcune copie dell'ordine di servizio, LaManche iniziò a discutere e ad assegnare i casi.

Un uomo di quarantasette anni era stato trovato appeso a una trave del suo garage, a Lavai.

Un uomo di cinquantaquattro anni era stato accoltellato dal figlio dopo un litigio provocato pare da certe salsicce avanzate. La madre aveva chiamato la polizia di Saint-Hyacinthe.

Un residente di Longueuil si era schiantato con il suo fuoristrada contro un cumulo di neve in una strada di campagna del Gatineau. Probabile stato di ubriachezza.

Una coppia di coniugi separati era stata trovata morta in seguito a ferite da arma da fuoco in una casa di Saint-Léonard. Due colpi per lei, uno per lui. L'uomo era morto con una Glock 9mm in bocca.

«Se non posso averti io, non ti avrà nessun altro» commentò Pelletier, facendo schioccare la dentiera.

«Tipico» osservò Nathalie Ayers in tono amaro.

Aveva ragione. Era un copione che vedevamo recitare anche troppo spesso.

Una ragazza era stata ritrovata dietro un karaoke bar in Rue Jean Talon. Si sospettava l'effetto combinato di overdose e ipotermia.

Agli scheletri della pizzeria furono assegnati i numeri di laboratorio LSJML 38426, LSJML 38427 e LSJML 38428.

«Il detective Claudel ha la sensazione che si tratti di scheletri antichi che probabilmente non saranno di grande interesse per l'esame forense» disse LaManche. Ma più che di un'affermazione, si trattava di una domanda.

«E come può il signor Claudel fare una simile affermazione?» Anche se era plausibile che la sensazione di Claudel si rivelasse fondata, mi dava estremamente fastidio che il detective si pronunciasse in un campo che esulava dalle sue competenze.

«Monsieur Claudel è un uomo dai molti talenti» commentò Pelletier con aria indifferente. Ma io non ero stupida, e sapevo che l'anziano patologo era perfettamente a conoscenza delle frizioni esistenti tra me e Claudel, e si divertiva a stuzzicarmi.

«Per caso Claudel ha studiato archeologia?» domandai.

Pelletier alzò il sopracciglio. «Monsieur Claudel dedica ore e ore allo studio dei resti antichi.»

Gli altri rimasero in silenzio, in attesa della battuta.

«Davvero?» Cerchiamo di chiudere questa storia al più presto, pensai.

«Bien sûr. Si esamina il pisello tutte le mattine.»

«Grazie, dottor Pelletier.» E con la stessa aria indifferente, LaManche disse: «Tra una battuta e l'altra, per cortesia, potrebbe occuparsi dell'impiccato?».

A Nathalie Ayers toccò l'accoltellamento. L'incidente con il fuoristrada andò a Emily Santangelo e l'omicidio-suicidio a Morin. Dopo aver assegnato i casi del giorno, LaManche appose le relative iniziali sul registro dei casi: Pe. Ay. Sa. Mo.

Br. risultò accanto ai casi 38426, 38427 e 38428, gli scheletri nello scantinato della pizzeria.

Prevedendo una lunga riunione con l'organismo che monitorava le morti infantili nella provincia del Québec, LaManche non assegnò a se stesso alcuna autopsia.

Conclusa la riunione, tornai al mio ufficio. LaManche fece capolino qualche minuto dopo. Uno dei tecnici dell'Istituto era a casa con la bronchite. Con cinque autopsie da fare, la giornata sarebbe stata difficile. Per caso mi dispiaceva lavorare da sola?

Fantastico.

Mentre inserivo tre moduli su un supporto rigido, notai che la spia rossa del mio cellulare stava lampeggiando.

Un istante di batticuore. Ryan?

Passa oltre, Doris!

Digitai il numero di accesso e la password della casella vocale.

Un giornalista di «Allô Police».

Un giornalista della «Gazette».

Un giornalista del TG serale della CTV.

Delusa, cancellai i messaggi e mi affrettai verso lo spogliatoio femminile. Indossata la divisa da sala operatoria e il camice, imboccai un corridoio laterale e raggiunsi l'ascensore nascosto tra la segreteria e la biblioteca. Riservato agli addetti ai lavori, quell'ascensore prevedeva solo tre fermate. L'Istituto di medicina legale. L'ufficio del coroner. L'obitorio. Premetti il piano dell'obitorio e le porte si chiusero.

Arrivata a destinazione, superai un'altra porta di sicurezza e imboccai un lungo corridoio che percorreva l'intera lunghezza dell'edificio. A sinistra, una sala per le radiografie e quattro sale autopsia, di cui tre con un unico tavolo operatorio e una con due. A destra, rastrelliere per l'asciugatura, stazioni informatiche, vasche su ruote e carrelli per il trasporto dei campioni nei laboratori di istologia, patologia, tossicologia, odontologia, DNA e antropologia situati ai piani superiori.

Attraverso la finestrella sulle porte delle sale autopsia, vidi che Ayers e Morin erano già al lavoro nelle sale 1 e 2. Entrambi erano coadiuvati da un fotografo della polizia e da un tecnico di autopsia.

Un altro tecnico stava preparando gli strumenti nella sala 3. Avrebbe assistito Emily Santangelo.

Io avrei lavorato da sola.

E Claudel sarebbe arrivato tra meno di quattro ore.

Essendomi svegliata depressa, il mio umore non poteva che essere in caduta libera.

Proseguii fino alla sala 4. La mia sala. Uno spazio appositamente aerato e ventilato per neutralizzare gli odori dei corpi decomposti, mummificati, immersi in acqua per lungo tempo. E altre piacevolezze.

Come le altre sale, anche la numero 4 aveva una porta a doppio battente che conduceva nel settore dell'obitorio con le celle frigorifere, ciascuna contenente una doppia lettiga.

Posai i moduli sul bancone, presi un grembiule di plastica da un cassetto, guanti e mascherina da un altro, li indossai e mi affacciai in corridoio per prendere un carrellino di metallo. Rientrai in retromarcia nella sala 4 e spinsi il carrello oltre la porta a doppio battente.

Sei cartellini bianchi. Un adesivo rosso.

Sei corpi in attesa, uno HIV positivo.

Individuai i cartellini con le miei iniziali. LSJML 38426, LSJML 38427 e LSJML 38428. Ossements. Inconnu. Ossa. Sconosciuto.

In genere, mi occupo dei miei casi in ordine progressivo, e concludo sempre un esame prima di iniziare il successivo. Ma il detective Delizia sarebbe arrivato da me all'una e mezzo. E conoscendo l'impazienza di Claudel, decisi di ignorare la procedura e di eseguire una rapida stima dell'età e del sesso di ciascun gruppo di resti.

Un errore di cui in seguito mi sarei pentita.

Aprendo uno sportello di acciaio, poi un secondo e infine un terzo, presi le stesse ossa esaminate nello scantinato della pizzeria e le posai sul carrello per portarle in sala 4.

Dopo aver inserito i dati richiesti dal modulo, iniziai con il caso 38426, le ossa contenute nella cassa di Dottor Energy.

Iniziai dal cranio.

Inserzioni gracili. Occipite arrotondato. Processi mastoidei piccoli. Arcate sopraccigliari non pronunciate. Margini orbitali sottili.

Passai alle ossa del bacino.

Anche allargate e aperte verso l'esterno. Pube allungato solcato da sottili crestoline in rilievo sulla faccia ventrale. Angolo sub-pubico ottuso. Incisura sciatica ampia.

Spuntai queste caratteristiche dall'elenco inserito nello spazio riservato alla determinazione del genere, e scrissi le mie conclusioni.

Femmina.

Passai alla sezione riservata alla stima dell'età. Annotai che la sincondrosi sfenooccipitale, cioè l'articolazione tra l'osso occipitale e lo sfenoide alla base del cranio, risultava fusa di recente. Questo mi diceva che la ragazza era probabilmente adolescente o tardo adolescente.

Tornai al bacino.

Durante l'infanzia, le due metà del bacino sono composte da tre elementi distinti: l'ileo, l'ischio e il pube. Nella prima adolescenza, queste tre ossa si fondono all'interno dell'articolazione dell'anca.

Quel bacino aveva visto la pubertà arrivare e andare via.

Segnalai la presenza di solchi sulla superficie delle sinfisi pubiche, la porzione anteriore del bacino dove le due metà si uniscono. Osservai rapidamente l'osso.

Il margine superiore dell'anca si presentava come una sorta di crenatura, il che escludeva la presenza di una finitura smussata. La crenatura era anche evidente sull'ischio, vicino al punto in cui il corpo viene sostenuto in posizione seduta.

Sentii una familiare sensazione di freddo prendermi allo stomaco. Dovevo ancora controllare i denti e le ossa lunghe, ma tutti gli indizi confermavano la mia impressione iniziale.

Il contenuto della cassa di Dottor Energy era una ragazza morta adolescente o tardo adolescente.

Riposi il caso 38426 sul carrello e mi occupai delle ossa del caso 38427. Poi di quelle del caso 38428.

Il mondo intorno a me entrò in una dimensione parallela. Telefoni. Stampanti. Voci. Carrelli. Tutto scomparve. Niente più esisteva tranne i fragili resti sul mio tavolo operatorio.

Lavorai senza interruzione fino all'ora di pranzo, mentre la tristezza aumentava a ogni osservazione.

Spesso mi accusano di provare più simpatia per i morti che per i vivi. Questo non è vero. Certo, i morti che esamino sul mio tavolo mi addolorano. Ma sono anche acutamente consapevole della sofferenza di chi resta. Quel caso non faceva eccezione. Provai una grande e istintiva comprensione per le famiglie che avevano amato e perso quelle ragazze.

All'una e mezzo in punto il telefono squillò. Abbassai la mascherina e mi avvicinai alla scrivania.

«Dottoressa Brennan.»

«Ha finito?» La voce non si era qualificata, ma l'avevo riconosciuta.

«Ho qualche informazione preliminare. Sala 4.»

«L'aspetto qui nel suo ufficio.»

Ma certo, Claudel. Nessun problema. Faccia come fosse a casa sua.

«Non vuole dare un'occhiata a ciò che ho rilevato?»

«Non credo sia necessario.»

L'avversione di Claudel per autopsie e affini era leggendaria. In passato giocavo spesso con questa sua fobia, cercando sempre nuovi stratagemmi per costringerlo a scendere in obitorio. Ma ormai non mi interessava più.

«Mi serve qualche minuto per riordinare la sala» dissi.

«Comunque, credo che questi esami siano superflui.»

«Lo spero anch'io. Mi creda.» Abbassai la cornetta.

Coprii il tavolo operatorio con un telo, mi sfilai i guanti, mi lavai e salii al mio ufficio con addosso l'opprimente sensazione della paura.

Conoscevo bene le ossa. Sapevo di avere ragione.

Nonostante la sua saccente arroganza, sperai con tutta me stessa che anche Claudel avesse ragione.

 

5

 

Claudel sedeva alla mia scrivania. Quando entrai, non si alzò né mi salutò. Risposi con la stessa cordialità.

«Ha finito?»

«No, monsieur Claudel. Non ho ancora finito. Anzi, direi che ho a malapena iniziato.» Mi sedetti. «Comunque, posso già riferirle alcune inquietanti osservazioni.»

Claudel si piegò verso di sé, come per dire: dammi tutto quello che hai.

«Sulla base delle caratteristiche pelviche e craniche, posso affermare che lo scheletro 38426 appartiene a una femmina morta adolescente o tardo adolescente. L'analisi delle ossa lunghe mi consentirà di essere più precisa nella stima dell'età, ma è già evidente che la sincondrosi sfenooccipitale si è fusa solo di recente, che la cresta iliaca...»

«Non ho bisogno di una lezione di anatomia.»

Che ne diresti di un bel calcio nel culo?

«La vittima è giovane.» Gelida.

«Continui.»

«Sono tutte giovani.»

Claudel sollevò le sopracciglia con aria interrogativa.

«Femmine. Tra i quindici e i vent'anni.»

«Causa del decesso?»

«Per questo sarà necessario l'esame dettagliato di ciascuno scheletro.»

«La gente muore.»

«In genere non i ragazzini.»

«Storia razziale?»

«Per il momento è ancora incerta.» In realtà, anche se dovevo ancora verificare con esattezza la razza, i dettagli cranio-facciali suggerivano razza caucasoide per tutt'e tre le vittime.

«Quindi, potrebbe essere possibile che abbiamo recuperato Pocahontas e la sua corte.»

Evitai di ribattere. Non volevo farmi indurre da Claudel a formulare una valutazione prematura.

«Mentre le ossa della cassa e quelle dell'avvallamento situato nel quadrante nordoccidentale non presentano tessuti molli, lo scheletro avvolto nell'involucro di presunto cuoio mostra tracce di adipocera. Pertanto non sono convinta che la morte sia sopraggiunta in tempi remoti.»

Claudel allargò le braccia, con i palmi rivolti verso l'alto. «Cinque anni, dieci? Un secolo?»

«La determinazione della data del decesso richiede ulteriori indagini. A questo punto, non potrei ancora stabilire se si tratta di morti storici o preistorici.»

«Non ho bisogno di ricevere istruzioni su come compilare i miei verbali. Che cosa mi sta dicendo esattamente?»

«Le sto dicendo che abbiamo appena recuperato tre ragazze morte nello scantinato di una pizzeria. In questa fase delle mie analisi, è ancora prematuro concludere che i resti siano di origine remota.»

Per alcuni secondi Claudel e io ci guardammo con aria torva. Poi il detective estrasse una bustina con zip dal taschino della giacca e la gettò sulla scrivania.

Lentamente, abbassai lo sguardo.

La bustina conteneva tre oggettini rotondi.

«Può prenderli» disse Claudel.

Aprii la bustina e mi lasciai cadere il contenuto sul palmo della mano. Si trattava di tre dischetti di metallo di circa due centimetri e mezzo di diametro. Nonostante il metallo fosse piuttosto corroso, si riusciva a distinguere una sagoma femminile incisa su una faccia e un'asola sull'altra. Accanto all'asola, spiccavano le iniziali ST.

Guardai Claudel con aria interrogativa.

«Ho fatto qualche pressione sul Principe della Pizza e sono riuscito a fargli ammettere che mentre spostava le ossa nella cassa di bibite, aveva trovato alcuni reperti interessanti. Cioè questi.»

«Dei bottoni?»

Claudel annuì.

«Erano sepolti insieme allo scheletro?»

«Il Principe è stato un po' vago circa la loro provenienza. Comunque, sì, si tratta di bottoni. Ed è evidente che sono vecchi.»

«Come può affermare con certezza che siano vecchi?»

«Infatti non sono io ad affermarlo. Lo dice la dottoressa Antoinette Lagault, del McCord.»

Il McCord Museum of Canadian History raccoglie più di un milione di manufatti, di cui più oltre sedicimila appartenenti alla collezione di vestiti e articoli di abbigliamento.

«Antoinette Lagault è un'esperta di bottoni?»

Claudel ignorò la mia domanda. «Quei bottoni sono stati prodotti nel Diciannovesimo secolo.»

Prima che potessi replicare, il cellulare di Claudel trillò. Senza scusarsi, si alzò e uscì in corridoio.

Riportai lo sguardo sui bottoni. La loro presenza significava che gli scheletri erano sottoterra da più di un secolo?

Dopo meno di un minuto Claudel fu di ritorno.

«Mi hanno chiamato per un fatto grave.»

Si stava congedando.

Ho un bel caratterino, lo ammetto. E qualche volta perdo la pazienza. La condiscendenza di Claudel mi stava spingendo al limite. Mi ero adattata ai suoi tempi e avevo eseguito in tutta fretta una valutazione preliminare supponendo che quell'indagine avesse una priorità assoluta. E adesso, dopo qualche sommaria domanda, mi metteva da parte.

«Intende dire che gli scheletri di tre ragazze in uno scantinato non sono un fatto grave?»

Claudel abbassò il mento e mi guardò negli occhi, con l'aria di chi sente messa a dura prova la propria pazienza.

«Sono un poliziotto, non uno storico.»

«E io sono una scienziata, non una maga.»

«Questi oggetti...» e indicò i bottoni «... appartengono a un altro secolo.»

«E queste tre ragazze adesso appartengono a questo secolo.» Mi alzai di scatto.

Claudel si irrigidì. I suoi occhi diventarono due fessure.

«Una prostituta è appena arrivata all'ospedale Nôtre-Dame con il cranio fratturato e un coltello nella pancia. La sua collega è stata fortunata. È morta. Insieme al mio compagno, sto andando ad arrestare un certo protettore per aumentare le probabilità di sopravvivenza delle altre signore.»

Claudel puntò il dito verso di me.

«Questo, madame, è un fatto grave.»

Dopodiché prese la porta e uscì.

Io avvampai di rabbia e per qualche istante rimasi immobile. Non sopporto il fatto che Claudel abbia il potere di farmi saltare i nervi, talvolta anche in modo assolutamente irrazionale. Eppure era così. Era successo ancora una volta.

Mi lasciai cadere sulla sedia, ruotai verso la finestra e appoggiando i piedi sul davanzale mi abbandonai sullo schienale. Dodici piani sotto, la città scendeva verso il fiume. Miniature di veicoli scorrevano sul Pont Jacques Cartier, diretti verso Île Sainte-Hélène, i quartieri a sud dell'isola, lo Stato di New York.

Chiusi gli occhi e cercai di fare qualche respirazione yoga. Lentamente, la mia rabbia svanì. Quando li riaprii, mi sentii... come?

Abbacchiata.

Confusa.

Le indagini sugli omicidi sono sempre piuttosto complicate. Perché con Claudel finivano per esserlo ancora di più? Perché io e lui non potevamo collaborare in armonia come capitava con gli altri detective della Omicidi? Come capitava con Ryan, per esempio.

Ryan.

Doris Day mi batté una mano sulla spalla, pronta a fornirmi qualche fotogramma de Il letto racconta.

Una cosa era chiara. Claudel aveva preso la sua decisione. Detestava i topi. Detestava le pizzerie al trancio. Non era convinto che quelle ossa meritassero la sua attenzione. Perciò, se avessi dovuto aver bisogno di qualcuno che appoggiasse le mie indagini, mi sarei dovuta rivolgere altrove.

«Okay, razza di scettico arrogante e impulsivo. Puoi anche deridere le mie analisi senza nemmeno cercare di comprenderle. Andrò avanti facendo a meno di te.»

Presi la mia cartellina e scesi in obitorio.

 

Tre ore dopo avevo concluso l'inventario dello scheletro LSJML 38426. I resti erano completi a parte lo ioide, un ossicino a forma di U sospeso nei tessuti molli della gola, e alcune piccole ossa della mano e del piede.

Le ossa lunghe continuano a svilupparsi nel senso della lunghezza fino a che le loro epifisi - cioè la piccola porzione di tessuto presente alle due estremità di un osso lungo - rimangono separate dalla diafisi. La crescita si interrompe quando le epifisi si riuniscono alla diafisi, cioè al corpo principale. Fortunatamente per gli antropologi, ciascuna coppia di epifisi ha un tempo di sviluppo diverso.

Osservando lo stato di sviluppo del braccio, della gamba e della clavicola, ero stata in grado di essere più precisa nella stima dell'età. Avevo richiesto una lastra dei denti per poter osservare lo sviluppo delle radici dei molari, per conferma, ma ero già piuttosto sicura. La ragazza nella cassa di bibite era morta a un'età compresa tra i sedici e i diciotto anni.

Riguardo alla razza, il modulo che dovevo compilare prevedeva la spunta di almeno una decina di voci, nella colonna relativa alla razza europea. Aperture nasali strette. Margine nasale inferiore sporgente e affilato. Ponte del naso fortemente angolato. Dorso del naso prominente. Zigomi aderenti al viso. Ogni caratteristica e misura inseriva nettamente il cranio nella categoria caucasoide. Ero certa che la ragazza fosse di razza bianca.

E piccola. Le misure dell'osso della gamba indicavano che era alta appena un metro e cinquanta.

Pur avendo esaminato tutte le ossa e tutti i frammenti di tessuto osseo, non avevo trovato alcun segno di violenza. I pochi graffi in prossimità del canale auditivo destro alla lente di ingrandimento apparivano superficiali e a forma di V. Immaginai che quei segni fossero dovuti a un evento postmortem, forse dall'abrasione con la superficie del terreno, o da una manipolazione maldestra in occasione dello spostamento nella cassa di bibite.

I denti mostravano tracce di scarsa igiene e nessuna otturazione.

Quindi mi dedicai all'intervallo postmortem. Da quanto tempo era morta? Determinare la data del decesso analizzando unicamente le ossa è un'impresa ardua.

Il corpo umano è un microcosmo copernicano composto di carbonio, idrogeno, azoto e ossigeno. Il cuore rappresenta la stella centrale del microcosmo, e fornisce la linfa vitale a ogni sistema metabolico della galassia.

Quando il cuore smette di pompare, scoppia il caos citoplasmico. Gli enzimi cellulari danno inizio a un banchetto cannibalesco divorando le proteine e i carboidrati del corpo stesso. Le membrane cellulari si deteriorano, rilasciando cibo per eserciti di microrganismi. I batteri intestinali iniziano a mangiare verso l'esterno. I batteri ambientali, gli insetti e gli animali necrofagi iniziano a mangiare verso l'interno.

La sepoltura, l'immersione o l'imbalsamatura ritardano il processo di decomposizione. Alcuni agenti meccanici o chimici la velocizzano.

Quindi, quanto tempo ci vuole per tornare a essere polvere, come vuole la Bibbia?

In presenza di temperature e umidità elevate, la perdita dei tessuti molli può verificarsi in soli tre giorni. Anche se si tratta comunque di un tempo limite. In condizioni normali, con una sepoltura di scarsa profondità, un corpo diventa scheletro in un periodo di tempo compreso tra i sei e i dodici mesi.

Il fatto di essere chiuso in un seminterrato può rallentare il processo. Se poi il seminterrato si trova in una zona subartica, il processo viene rallentato ulteriormente.

Che elementi avevo per valutare?

I corpi erano stati sepolti a una scarsa profondità. Ma si trattava del luogo di sepoltura originario? E quanto tempo dopo la morte erano stati trasportati in quel luogo?

Almeno due dei tre scheletri erano in posizione fetale, con le ginocchia flesse davanti al petto. Almeno uno dei tre era stato avvolto in un involucro esterno, probabilmente di cuoio. A parte questo, non sapevo niente. Umidità. Acidità del terreno. Variazioni della temperatura.

Che cosa potevo affermare con certezza?

Le ossa erano asciutte, disarticolate e del tutto prive di odore e di tessuti molli. Avevo rilevato la presenza di chiazze, e la presenza parziale di terra nei seni craniali e nelle cavità midollari. Le ragazze erano state sepolte in quel luogo nude e anonime, e prive di qualsiasi oggetto. A meno che i bottoni di Claudel non appartenessero a quegli scheletri.

La stima più plausibile? Più di un anno e meno di un millennio. Claudel sarebbe stato felicissimo per quel risultato.

Frustrata, impacchettai il caso LSJML 38426 decisa a fare qualche indagine supplementare.

Stavo rivolgendo la mia attenzione al caso LSJML 38427, quando il telefono alle mie spalle iniziò a squillare. Irritata per l'interruzione, e prevedendo di dover subire ancora l'arrogante cinismo di Claudel, abbassai la mascherina e alzai bruscamente la cornetta.

«Brennan.»

«La dottoressa Tempe Brennan?» Una voce femminile, tremante e incerta.

«Oui.»

Guardai l'orologio. Cinque minuti e il centralino sarebbe passato al servizio notturno.

«Non mi aspettavo che mi rispondesse proprio lei. Cioè... credevo di parlare con una segretaria. L'operatr...»

«Posso fare qualcosa per lei, signora?» Ero passata all'inglese, come la mia interlocutrice.

Ci fu una pausa, come se la donna stesse effettivamente riflettendo sulla mia domanda. In sottofondo sembrava di sentire un rumore di uccelli.

«Be', ecco. Non so. Veramente, pensavo di essere io a poter fare qualcosa per lei.»

Fantastico. Un altro cittadino volontario.

In genere le unità della Scientifica che intervengono sulla scena di un delitto o di un recupero sono formate da tecnici, non da scienziati. I tecnici si occupano di raccogliere peli, capelli, fibre, frammenti di vetro, scaglie di pittura, sangue, sperma, saliva e altro. Rilevano le impronte digitali. Scattano fotografie. Ma una volta che tutti i reperti sono stati catalogati ed etichettati, il loro lavoro è finito. Niente tecnologie avanzate. Niente appostamenti ad alta tensione. Niente sparatorie all'ultimo sangue. Gli specialisti con lauree e dottorati si occupano delle analisi scientifiche. I poliziotti stanano i cattivi.

Ma di recente, il pubblico è stato indotto a credere che i tecnici della Scientifica siano invece scienziati e investigatori, e ogni settimana vengo contattata da testimoni oculari che credono di aver scoperto qualcosa. Io cerco sempre di essere cortese, ma ultimamente penso che quest'ultimo mito hollywoodiano vada distrutto al più presto.

«Mi deve scusare, signora. Ma per lavorare qui in Istituto è necessario presentare un curriculum e una regolare domanda di assunzione.»

«Ah.» La sentii respirare a fondo.

«Se passa all'Ufficio Personale, sono certa che potrà ritirare degli opuscoli informativi che spiegano...»

«No, no. Non ha capito. Ieri ho visto la sua fotografia su "Le Journal" e ho pensato di telefonare al suo ufficio.»

Ho capito. Un'altra innamorata del tenente Colombo. Oppure una gran ficcanaso con la notizia del secolo. O forse solo una stordita che cercava di rimediare qualche dollaro di ricompensa.

Mi avvicinai una sedia e mi sedetti. Aveva tutta l'aria di essere una telefonata lunga.

«Forse le sembrerà strano.» La donna si schiarì nervosamente la gola. «E immagino che lei sarà molto occupata.»

«In effetti, sto lavorando, signora...?»

Il suo nome mi arrivò distorto da una scarica elettrostatica. Gallant? Ballant? Talent?

«... quelle ossa che ha recuperato.»

Un'altra pausa. Altri rumori in sottofondo.

«Sì. Mi dica, signora.»

La voce della donna si fece più decisa.

«Sento che è un mio preciso dovere morale.»

Non dissi niente, e mi limitai a fissare le ossa che mi aspettavano sul tavolo riflettendo sul dovere morale.

«Sento che dovevo farlo. Questa telefonata era il minimo che potevo fare. Prima di andare via. Le persone ormai non pensano più agli altri. A nessuno importa più di niente. Nessuno vuole compromettersi.»

Sentii delle voci in corridoio, alcune porte si chiusero, poi silenzio. I tecnici di autopsia avevano finito il loro turno di lavoro. Mi appoggiai allo schienale, stanca, ma anche impaziente di concludere la conversazione e di tornare al mio lavoro.

«Coraggio, signora. Che cosa mi vuole dire?»

«Vivo a Montréal da tanto tempo. E io so che cosa succedeva in quella casa.»

«Quale casa?»

«Quella dove hanno nascosto le ossa.»

Adesso la donna aveva la mia totale attenzione.

«Intende dire la pizzeria?»

«Adesso è una pizzeria.»

«La ascolto.»

In quel momento suonò una campana, di quelle che annunciano l'inizio e la fine delle lezioni nelle vecchie scuole.

Poi la comunicazione si interruppe.

 

6

 

Premetti più volte il pulsante, per attirare l'attenzione della centralinista.

Niente.

Dannazione!

Sbattei giù la cornetta e mi precipitai all'ascensore.

Susanne, la receptionist dell'LSJML, abita in una piccola cittadina a metà strada fra Montréal e il confine dello Stato dell'Ontano. Ogni giorno per arrivare al lavoro, prende il treno e il metrò, e i tempi tra l'uno e l'altro sono così stretti che deve quasi contare il secondo. Alla fine della giornata di lavoro, Susanne schizza via come un razzo. Sperai che per qualche miracolo, quel giorno avesse tardato di qualche minuto.

Le cifre luminose indicarono che l'ascensore era fermo al tredicesimo piano.

Forza. Forza.

Ci volle un mese prima che l'ascensore scendesse, e un altro mese per la risalita. Al dodicesimo, quasi non aspettai che le porte si aprissero e mi lanciai verso il banco della reception.

Susanne non c'era.

Pregando che la donna avesse richiamato, e che la telefonata fosse stata dirottata sulla mia segreteria telefonica dal servizio automatico notturno, andai velocemente nel mio ufficio.

La spia rossa lampeggiava.

Sì!

Una voce meccanica mi annunciò cinque messaggi.

La mia amica Anne, dal South Carolina.

«Allô Police». Di nuovo.

La «Gazette». Di nuovo.

Un altro giornalista del TG di CFCF.

Ryan.

Un misto di emozioni. Curiosità per la chiamata di Anne. Sollievo per il fatto che Ryan aveva cercato di parlarmi. Frustrazione per l'assenza di una chiamata della mia misteriosa informatrice. Timore di aver perso la donna per sempre.

Come si chiamava? Gallant? Ballant? Talent? Perché non le avevo chiesto di ripetere?

Mi lasciai cadere sulla sedia e fissai il telefono, sperando che il piccolo quadratino rosso si illuminasse e mi dicesse che era arrivata una chiamata per me. Tamburellai con le dita sul ripiano della scrivania. Giocherellai con il filo del telefono. Poi lasciai che la spirale di plastica si arrotolasse come più gli piaceva.

Perché quella donna non aveva tentato di richiamare? Aveva il mio numero. Un momento? Non aveva parlato di una precedente chiamata? Forse aveva pensato che non fossi interessata? Che le avevo attaccato il telefono? Aveva rinunciato?

Aprii il cassetto della scrivania. Cercai una penna. Richiusi il cassetto.

Quella donna non aveva accennato al fatto che dovesse andare via. Lasciare la sua casa? La città? Lo Stato? Per qualche giorno? Per sempre?

Mentre cercavo di ingannare l'attesa dividendo triangoli in triangoli più piccoli, e maledicendo me stessa per la mia disattenzione, il cellulare trillò. Corsi a prendere la borsetta e risposi.

«Signora Gallant?»

«Mi avevano dato del galante altre volte, ma mai della signora.»

Ryan.

«Pensavo fosse un'altra persona.»

Mi resi conto della sciocchezza appena pronunciai quelle parole. La signora Gallant/Ballant/Talent aveva chiamato passando per il centralino. Non poteva avere il mio numero privato.

«Sentire una tale delusione nella tua voce mi distrugge.»

Tornai a sedere e sulle mie labbra comparve il primo sorriso della giornata. «Tu sei fantastico, Ryan. La mia delusione riguarda il caso di cui mi sto occupando.»

«Quale caso?»

«Gli scheletri nella pizzeria.»

Mentre parlavamo, non perdevo di vista la spia del telefono fisso. Al primo lampeggio, mi sarei buttata sulla mia segreteria telefonica.

«Per caso oggi hai avuto il piacere della compagnia di Claudel?»

«Già. È stato qui.»

«Solo?»

«Il resto del plotone delle ss non ce l'ha fatta.»

«In effetti Claudel a volte è un po' rigido.»

«Claudel è un uomo di Neanderthal. Anzi, no. Del Paleolitico. Perché l'uomo di Neanderthal aveva il cervello perfettamente funzionante.»

«Non c'è niente di anomalo nel cervello di Claudel. Diciamo che tende a dare troppa importanza alle esperienze passate e alle consuetudini. Charbonneau dov'era?»

«Hanno aggredito due prostitute. Una è morta. L'altra è all'ospedale Nôtre-Dame.»

«Sì. L'ho sentito.»

Ovviamente. Provai una punta di irritazione.

«Credo che il direttore commerciale delle signore sia stato invitato in centrale per uno scambio di idee.»

«Se lo dici tu, sarà sicuramente così.»

Ryan ignorò, o non si accorse, del fastidio che traspariva dalla mia voce.

«Che cosa vuol fare Claudel con le tue ossa?»

«Purtroppo, molto poco.»

«Non sai che cosa ci farei io, con le tue ossa!»

«A quanto pare, ieri sera non avevi le idee così chiare» ribatté Doris Day prima che potessi fermarla.

Ryan non replicò.

«I tre scheletri sono tutti resti di ragazze» ripresi.

«Recenti?»

«Claudel si è fatto consegnare dal proprietario alcuni bottoni che il tizio sostiene di aver trovato vicino ai corpi. Un'esperta del museo McCord ha stimato che siano del Diciannovesimo secolo.»

«Lasciami indovinare. Claudel non è interessato alle ossa perché le considera preistoriche?»

«Strano, vero? Visto che la sua testa da culo risale al Neolitico.»

«Brutta giornata, vero, splendore?» Il divertimento nella voce di Ryan mi irritò. La sua mancata spiegazione circa la sua frettolosa ritirata la sera prima mi irritò. Il mio desiderio di avere questa spiegazione mi irritò.

Qual era il motto di Anne? Niente spiegazioni, niente lamentele. Okay. Facciamo come dice Anne.

«Diciamo che questa settimana non sembra essere una passeggiata» dissi, senza smettere di fissare il mio telefono. Ma il quadratino rosso rimaneva tristemente spento.

«Claudel è un bravo poliziotto» disse Ryan. «A volte però per convincersi ha bisogno di un po' più di tempo, rispetto a noi intuitivi.»

«Ormai ha deciso.»

«E tu fagli cambiare idea.»

«Non ci avevo pensato.»

Ci fu un attimo di silenzio, poi Ryan disse: «Secondo te, quanto sono vecchie quelle ossa?».

«Non sono sicura. Non sono neppure certa che le tre ragazze siano morte tutte nello stesso tempo.»

«I denti, che dicono?»

«Non ho visto niente di significativo.»

Altro silenzio.

«Sensazione di pancia?»

«Quegli scheletri non erano in quello scantinato da tantissimo tempo.»

«Il che significa?»

«Che non dovremmo prendere il caso sottogamba.»

Di nuovo, Ryan ignorò il mio tono polemico.

«Su che cosa si basano le tue sensazioni?»

Mi chiedevo la stessa cosa da tre giorni.

«Esperienza.»

Non parlai a Ryan della mia misteriosa informatrice. Né della sconsiderata indifferenza con cui l'avevo trattata.

«Bene, splendore...»

«Sì, pasticcino?» tagliai corto.